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Negli ultimi mesi la nostra attenzione si è focalizzata sulla pandemia COVID-19, abbiamo iniziato a capire, a livello molto personale, come le malattie infettive possono essere pericolose. Purtroppo, però le epidemie non si limitano solo agli esseri umani o alla vita sulla terraferma. Gli eventi di mortalità di massa indotti da malattie infettive sono noti per affliggere una varietà di specie, tra cui invertebrati, uccelli, pesci e mammiferi terrestri e acquatici. Tuttavia, questi eventi nei mammiferi acquatici sono poco studiati rispetto alle loro controparti terrestri. Sanderson e Alexander hanno scoperto che gli eventi di mortalità di massa indotta da malattie infettive si sono verificati nel 14% delle specie di mammiferi marini tra il 1955 e il 2018. I virus sono stati responsabili del 72% di questi eventi e hanno causato un numero di morti 20 volte superiore a quello delle epidemie batteriche. In particolare, le epidemie di morbillivirus e di influenza A sono state le più comunemente registrate. A causa dei loro cicli di vita, entrambi i virus possono infettare più ospiti poiché hanno il potenziale di essere trasmessi tra le varie specie.

I cetacei non sono presenti solo in mare, ma anche nelle acque dolci. Il delfino del Rio delle Amazzoni (Inia geoffrensis) o boto, si è stabilito nei bacini fluviali dell'Amazzonia e dell'Orinoco, che attraversano la metà settentrionale del continente sudamericano. Storicamente abbondante, questa specie ha subito un netto calo demografico e dal 2018 è classificato come specie "in pericolo" dall'IUCN, l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Si ritiene che in natura esista una popolazione di poche decine di migliaia di persone, anche se contare accuratamente gli animali nei torbidi corsi d'acqua dell'Amazzonia è difficile. Sono tutelati dalle leggi brasiliane, tuttavia per anni i bracconieri hanno preso di mira i delfini, usando il loro grasso come esca per catturare un pesce gatto carnivoro chiamato piracatinga, che viene attirato dall'odore di carne in decomposizione.

Le correnti oceaniche nel mare profondo stanno creando degli hotspot di microplastica che ospitano circa 1,9 milioni di minuscoli detriti per metro quadrato. I ricercatori ritengono che queste correnti a movimento lento, che forniscono anche ossigeno e sostanze nutritive alle creature di acque profonde, stanno dirigendo il flusso di materie plastiche verso queste aree, provocando i cosiddetti "garbage patch" in profondità nell'oceano.

Ricerche recenti indicano che i cetacei, compresi narvali e beluga, potrebbero essere sensibili al nuovo coronavirus che causa COVID-19. Sia odontoceti, cetacei con i denti, che i misticeti, dotati invece di fanoni, sono ritenuti ad alto rischio di potenziale infezione. I primi, però, secondo uno studio del 2015, hanno anche perso un gene chiave che aiuta a combattere i virus. Le infezioni da coronavirus nei cetacei e in altri mammiferi marini non sono nuove. Sono note precedenti infezioni da coronavirus nei beluga, nei delfini tursiopi e nelle foche comuni. Nel 2000, furono rinvenute 21 foche comuni decedute lungo una costa della California ed alcuni esemplari erano positive ad un coronavirus respiratorio. Nel 2008, un nuovo coronavirus ha causato danni al fegato di un beluga che vive in un parco acquatico. Infine in uno studio del 2013,è stato trovato un nuovo gammacoronavirus in un tursiope.  

Per indicare qualcuno in perfetta saluti si usa l’espressione “Sano come un pesce”, ma in realtà anche i pesci, come tutti gli altri animali marini, tendono ad ammalarsi. Soprattutto gli organismi nectonici, non avendo riparo, non possono mostrarsi deboli e nascondono la loro malattia. E’ una strategia di difesa dai predatori.  Anche i cetacei, pur non essendo pesci, ma mammiferi marini, sono “suscettibili a diversi agenti patogeni, virali e non, in grado di comprometterne la salute e lo stato di conservazione…”. Molto spesso si avvicinano verso la riva quando la patologia è già in stato molto avanzato e finiscono per spiaggiarsi, oppure le loro carcasse vengono trasportate sulla battigia dalle onde. Il ritrovamento di cetacei spiaggiati, sia vivi che morti, è di fondamentale importanza anche per la salute dell’uomo. Siamo mammiferi anche noi possiamo essere soggetti alle stesse patologia.
"I campioni di emosiero ottenuti dagli animali spiaggiati si sono rivelati e si dimostrano tuttora molto utili per monitorare l’avvenuta esposizione e la circolazione di vari agenti infettivi (Morbillivirus, Brucella ceti e Toxoplasma gondii, tanto per citare quelli più’ significativi) nella cetofauna dei nostri mari, così come ai fini dello svolgimento delle necessarie indagini siero-epidemiologiche retrospettive il cui precipuo scopo è, per l’appunto, quello di “datare” l’ingresso di un determinato agente patogeno all’interno di una determinata specie e/o popolazione di mammiferi marini."

Una nuova tecnologia di intelligenza artificiale che permette di rilevare i suoni emessi dalle orche sott’acqua, potrebbe aiutare a proteggere la popolazione residente nel Mare Salish considerata “endangered”.
La tecnologia riconosce i vocalizzi delle orche ed invia avvisi in tempo reale ai gestori dei mammiferi marini, che possono utilizzare le informazioni per cercare di prevenire collisioni dannose tra mammiferi marini e navi.

Le correnti oceaniche nel mare profondo stanno creando degli hotspot di microplastica che ospitano circa 1,9 milioni di minuscoli detriti per metro quadrato.
I ricercatori ritengono che queste correnti a movimento lento, che forniscono anche ossigeno e sostanze nutritive alle creature di acque profonde, stanno dirigendo il flusso di materie plastiche verso queste aree, provocando i cosiddetti "garbage patch" in profondità nell'oceano.